Nel nome di Himiko

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Nel nome di Himiko

L’esistenza di un forte potere sciamanico femminile nel Giappone antico può essere rintracciato a partire dalle cronache cinesi della dinastia Wei, il Wei chih 魏志 (o Gishi in giapponese), testo compilato nell’ultima parte del III secolo d.C.; considerato uno dei lavori più affidabili tra gli annali delle dinastie cinesi, il Wei chih include, tra le descrizioni di diversi popolo che vivono ad est dell’impero, un passaggio conosciuto in giapponese come Wajinden 和人伝, o racconto del popolo di Wa . Il testo del Wajinden è breve, di circa 2000 caratteri, ma le sue descrizioni sono abbastanza chiare da offrire un’immagine sufficientemente dettagliata delle isole giapponesi e dei suoi abitanti; in queste cronache, viene rappresentato il Giappone del III secolo d.C., suddiviso in più di trenta provincie, guidato dal clan Yamatai 邪馬台, e governato dalla regina Himiko 卑彌呼; emerge l’immagine di una società complessa, con marcate differenze di status, e una regolamentazione centralizzata in materia di distribuzione di beni.


Dopo aver analizzato aspetti della vita culturale, economica, sociale e anche climatica dei Wajin, il testo cinese si sofferma sugli aspetti più strettamente politici

The country was formerly ruled by kings, who stayed in power for some seventy or eighty years. After that, there was a period of disturbances and warfare. Thereupon the people agreed upon a woman for their ruler. Her name was Himiko.
Walter Edwards

Nulla ci è detto su come nei fatti questa donna arrivi a ricoprire questo ruolo, ma vediamo che da subito vengono sottolineate le sue caratteristiche di capo religioso o monarca dalle connotazioni divine

She occupied herself with magic and sorcery
Walter Edwards

È quindi una figura dalle particolari connotazioni magico-sacrali, immagine rafforzata dai forti tabu che ruotano intorno alla sua persona

After she became the ruler, there were few who saw her. She had one thousand women as attendants, but only one man. He served her food and drink and acted as a medium of communication.
Walter Edwards

Questo genere di descrizioni ha portato gli studiosi a fare diverse speculazioni sul ruolo di Himiko e sul tipo di potere da lei esercitato; molti sono giunti a considerarla come una sorta di sciamana, il cui potere risiede quindi nel contatto con la sfera del sacro e del superumano. Accanto a lei, agisce il fratello, l’unico uomo che le si può avvicinare, che riveste il ruolo di mediatore e detiene un potere più temporale e pratico.

Questo tipo di divisione del potere può essere rintracciato in tempi premoderni nella famiglia Shō 尚, per lungo tempo ha regnato sulle isole Ryūkyū; qui il sovrano è responsabile della gestione del governo, mentre dietro di lui agisce una donna, la kikoe ōkimi, che come abbiamo visto rappresenta la posizione più alta nella gerarchia sciamanica locale.

L’introduzione su vasta scala della cultura cinese, con la sua forte tradizione di successione per via maschile, ha comportato la concentrazione del potere nelle sole mani dell’imperatore, ma possono essere individuate tracce di un sistema di governo in cui la figura centrale era quella dell’Imperatrice Sciamana, e l’imperatore (il fratello o il figlio) governava il paese in accordo con gli oracoli pronunciati dalla donna; esempi di questa organizzazione possono essere rintracciati nelle figure dell’imperatore Sūjin 崇神 (97 – 30 a.C.) e della suocera Yamato-totohi-momoso-hime倭迹迹日百襲姫命, o dell’imperatore Chūai 仲哀(192 – 200 d.C.) e dell’imperatrice Jingū 神功; quest’ultima in particolare, quando sciamanizzava, era aiutata dall’imperatore, che suonava mentre il primo ministro fungeva da saniwa 審神者, “interprete delle parole divine”. Da questi scarni accenni si può già notare che la sciamana, nel Giappone antico, occupava uno status decisamente elevato.

Dalla figura semi leggendaria di questa sovrana dai poteri magico-religiosi possiamo far discendere quella che precedentemente abbiamo indicato come mikogami, l’antica miko dei templi Shintō. Questa donna dai grandi poteri sacrali serviva nei templi su tutto il territorio fin dal tardo periodo preistorico, fungendo da mezzo di comunicazioni tra le divinità e i credenti. La sua presenza è rintracciabile sia nella corte imperiale, dove trasmetteva i messaggi divini direttamente all’imperatore, sia nei villaggi sparsi nel territorio, dove fungeva da collegamento tra l’ujigami locale e la popolazione.

Non abbiamo testimonianze sufficientemente abbondanti riguardo questa figura, ma possiamo rintracciare informazioni importanti da alcune statuette in terracotta chiamate haniwa, rinvenute nelle grandi tombe del V e VI secolo; questi oggetti funerari potevano prendere svariate forme, dalla semplice urna a vivide rappresentazioni di case, barche, cavalli, guerrieri e donne. Tra  le figure con fattezze umane, molte di queste sono state identificate come “donne sciamane”. Alcuni di questi ritrovamenti possono dirci qualcosa sugli strumenti, sulle parvenze e sulla gestualità di queste antiche miko: un haniwa recuperato a Ōkawamura, ad esempio, mostra la donna con indosso un particolare copricapo, collane di grane al collo, ai polsi e alla vita, una cintura diagonale che si lega alla vita da cui inoltre pende uno specchio ornato; ha la postura seduta con la schiena ben diritta, le braccia allungate davanti a sé e un’espressione intensa e serena. Una seconda figura ripropone lo stesso copricapo e gli stessi ornamenti rituali; qui vediamo chiaramente anche il magatama, gioiello dal potere magico molto diffuso nel Giappone antico.

Altre indicazioni riguardo la figura dell’antica miko ci vengono dalla letteratura, e in particolare dai due testi del Kojiki e del Nihongi; l’immagine della dea Ame no Uzume che danza ritmicamente e rumorosamente davanti alla grotta di Amaterasu sembra rimandare all’immagine della sciamana. La stessa dea sovrana, quando affronta il fratello in preda alla furia, sembra riprendere il motivo della possessione sciamanica:

…sciolse i capelli per avvolgerli in due crocchie a sinistra e destra del capo, e sia le crocchie sia la ghirlanda sia le braccia adornò con preziosi e fitti grappoli di vistose gemme tornite. Indossò una faretra da mille frecce sul dorso e un’altra da cinquecento sul fianco, e cinto il braccio di una superba protezione di bambusa, tese l’arco e lasciò vibrare forte la corda.
Kojiki

Ritornano chiaramente elementi già incontrati nelle figure haniwa, come gli ornamenti; qui però si aggiungono il grande arco e le faretre con le frecce. L’arco in particolare è un elemento di estrema importanza; non solo ricorre spesso nel novero degli strumenti sciamanici in svariate zone dell’Asia , ma nello stesso Giappone viene ancora usato come strumento il cui suono è in grado di richiamare gli spiriti. In più, per l’antica miko, è probabile che l’arco avesse una funzione aggiuntiva; era un torimono 捕り物, un oggetto che la sciamana teneva in mano mentre ballava, e che fungeva da ricettacolo in cui poteva discendere la divinità . Anche la freccia agisce come strumento per richiamare l’attenzione del kami, e indicargli che è richiesta la sua discesa nel nostro mondo.

Molti degli strumenti della miko sembrano così essere più che altro veicoli per richiamare la divinità, attraverso cui stabilire un contatto con il mondo dei kami. Possiamo notare un elemento di grande importanza; se nei costumi sciamanici della Siberia e dell’Asia continentale troviamo molto frequentemente il richiamo agli uccelli, attraverso l’applicazione di piume e le sagome di ali, nel costume sciamanico nipponico non abbiamo alcune riferimento a questo simbolismo. Anziché quindi permettere un volo magico verso l’altro mondo, il costume e gli strumenti della miko fanno in modo che siano gli spiriti e gli dei a discendere verso di lei.

Per quanto riguarda i rituali praticati da questa antica sciamana, abbiamo due principali fonti di riferimento. La prima è rappresentata da alcune descrizioni presenti nel Nihonshoki, dove vengono descritti rituali di trance, più presenti in questo testo che nel Kojiki; la seconda è data dai riti che ancora oggi si praticano in alcuni villaggi del Giappone.
Dai testi antichi sappiamo che questi riti di trance e possessione era condotti all’interno del saniwa さ庭, un luogo chiuso e recintato; era uno spazio sacro e purificato, i cui confini erano marcati dalle corde bianche che tenevano all’esterno il mondo profano, e al cui interno poteva così discendere la divinità . All’interno del saniwa si trovavano tre individui: un musicista, che con la musica richiamava il kami all’interno del recinto sacro e lo placava una volta arrivato. C’era poi il saniwahito さ庭人, colui che interrogava la divinità e interpretava le parole di risposta . C’era infine la miko, la medium vera e propria, attraverso cui parlava la divinità.

Nelle cronache non ci viene riportato in che modo la sciamana poteva raggiungere lo stato di trance, se riuscisse a indurselo lei stessa o se fosse necessario l’intervento di una seconda figura; alcuni studiosi ritengono plausibile ipotizzare che fosse la sciamana stessa a indursi la trance, attraverso una danza magica particolarmente violenta e canzoni di invocazione . Il saniwahito sarebbe stato quindi necessario solo come referente del dialogo, e nel caso di emergenze durante il rituale.

Le domande rivolte alla divinità erano di natura disparata, ma si trattava in particolare di consigli e oracoli tenuti nei momenti cruciali dell’anno, come l’inizio dell’anno, il momento della piantagione del riso, la raccolta; ci si rivolgeva alla divinità per sapere cosa sarebbe accaduto in questi periodi decisivi. Alcuni studiosi, tra cui Yanagita Kumio, ritengono tuttavia che questi non fossero gli unici momenti in cui l’intervento della sciamana era richiesto; oltre a queste occasioni, più formali e ufficiali, la vita quotidiana della popolazione ne offriva svariate altre. Ogni avvenimento misterioso o inspiegabile, ogni paura o timore, ogni problema poteva essere motivo di una consultazione con la miko.

Abbiamo prima rintracciato degli importanti paralleli della miko giapponese nella penisola coreana, nell’Hokkaido degli Ainu e nell’arcipelago delle Ryūkyū. Proprio qui possiamo trovare le analogie più significative con questa antica figura. In precedenza abbiamo riconosciuto diverse classi di sciamane in questo arcipelago; da un lato le noro, le grandi sciamane sacre che esercitano il loro potere sui villaggi, all’interno di una struttura organizzata; dall’altro lato le yuta, che manifestano i sintomi classici che preludono alla chiamata nella nuova vita. Abbiamo visto che, secondo alcuni studiosi, in questa categoria sarebbero rintracciabili veri casi di trance e di estasi, e che quindi sarebbero da individuare proprio qui le genuine sciamane.

L’antica miko sembra poter riunire nella propria figura entrambe le classi delle sue equivalenti di Okinawa: da una parte infatti, la può essere paragonata alla noro, in quanto come lei è una figura sacrale di grande potere e importanza nella società, investita di una grande autorità spirituale. D’altra parte può essere paragonata alla yuta, in quanto con lei condivide la chiamata sciamanica da parte di una divinità; la miko infatti attraversava le varie fasi delle malattie iniziatiche, cui succedevano l’acquisto dei nuovi poteri, ottenuti non per una sua propria volontà, ma per scelta di una forza soprannaturale.

By |2017-02-16T18:42:50+00:00August 13th, 2014|antropologiA, buddismo, Itako|0 Comments