Miko e buddhismo

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Miko e buddhismo

Con l’introduzione del Buddhismo e la sua assunzione a religione di stato, l’antica sciamana perde gran parte del suo originario potere, e il suo ruolo si trasforma; allontanata dalla corte e dagli ordini ufficiali, rimane tuttavia una figura di estrema importanza a livello popolare, operando nelle comunità e nei villaggi su tutto il territorio. Fino alla restaurazione Meiji si potevano trovare gruppi di miko itineranti in tutto il Giappone, molte delle quali erano affiliate ai templi Shintō in maniera molto leggera, e vivevano in enclavi chiamata miko-mura 巫女村, i villaggi delle miko. Da qui, in particolari periodi dell’anno, le sciamane partivano e iniziavano lunghi pellegrinaggi, di villaggio in villaggio, portando profezie e messaggi dagli spiriti dei morti .

Il Buddhismo tuttavia ha comportato e favorito la nascita di nuovi culti e pratiche sincretiche, che riprendono elementi sciamanici inserendoli nel nuovo orizzonte religioso . Le rapida e fenomenale penetrazione del Buddhismo esoterico in Giappone attraverso la setta Shingon non è stata solo il risultato di uno sviluppo del pensiero buddhista e della capacità della popolazione di recepirlo in modo più profondo; dietro il suo successo va individuata la credenza, da sempre presente nell’orizzonte giapponese, dell’esistenza di individui dotati di particolare carisma magico, e soprattutto dell’idea che kami ed esseri umani possono non solo comunicare ma entrare gli uni nel mondo degli altri.

È in seguito all’introduzione del Buddhismo che vediamo nascere tutta una costellazione di personaggi particolari, le cui pratiche si situano a cavallo tra la nuova concezione religiosa e le antiche disposizioni sciamaniche; si tratta dei genja験者, degli yamabushi山臥, degli hijiri聖, eremiti, pellegrini, vagabondi che praticano un ferreo ascetismo e si spostano di zona in zona per mettere a frutto le tecniche acquisite. È in questo periodo che si situa la nascita del particolare culto dello Shugendō, che tratteremo a breve in questo capitolo, e che ad aggi rappresenta l’ultima sopravvivenza di uno sciamanesimo maschile nell’arcipelago giapponese, e in generale una delle poche forme sopravvissute di questa particolare pratica religiosa.

Tutte queste attività – miko itineranti, hijiri, genja, ecc. – vengono proibite nel 1873, in piena Restaurazione Meiji; preoccupati di dare alla nazione una veste nuova e moderna, i governanti mettono al bando queste ed altre pratiche, non solo perché sinonimo di arretratezza e di superstizioni primitive, ma perché rischiano di intaccare la purezza della nuova definizione di Shintō; ricordiamo infatti che la maggior parte di queste figure è spesso indipendente dai templi, o con legami molto tenui, ed è sinonimo di poteri devianti, poiché agiscono al di fuori della gerarchia ufficiale. La stessa sorte tocca anche agli affiliati dello Shugendō, poiché la sua mescolanza di elementi sciamanici, buddhisti e tantrici lo rende particolarmente pericoloso nella nuova ottica nazionalista.

Questo tipo di divieti e proibizioni dura fino alla fine della seconda guerra mondiale, quando in seguito alla sconfitta giapponese e all’occupazione americana, viene emanato, sotto le direttive del Generale Mac Arthur, un nuovo codice di leggi in materia religiosa, che sancisce definitivamente la libertà di fede e di culto; in questo modo, molte miko che fino a questo punto hanno continuato ad agire nell’ombra e al di fuori della legge, riescono finalmente a rientrare nei canali ufficiali della pratica. Il loro numero tuttavia è diminuito in modo molto drastico, tanto che a oggi questa figura tradizionale del panorama religioso giapponese è pressoché scomparsa.

Le discendenti di queste antiche figure possono essere divise sommariamente in quattro categorie. Un primo gruppo è formato da quelle figure di sciamana che operano insieme ad un asceta, nei particolari periodi dell’anno in cui si invocano i kami e si chiede loro di discendere tra gli umani per portare consiglio e aiuto. I riti di questo genere vengono chiamati yorigitō; qui la miko non è più un’agente attiva del rito, attraverso danze e musiche che richiamino l’attenzione del kami, ma è l’elemento passivo attraverso il quale il dio invocato parla. La parte attiva viene qui assunta dall’asceta. Si noti che questi rituali non sono un parto dell’era moderna, ma hanno una lunga storia, risalente addirittura al nono secolo d.C.; la loro origine si deve certamente alla commistione di credenze Shintō e continentali, in particolar modo sino-buddhiste, di stampo esoterico .

Questo genere di rituali viene trasmesso fino ai giorni nostri in particolar modo attraverso i praticanti dello Shugendō; numerosi infatti sono i riti praticati dagli Shugenja, attraverso i quali si obbliga il dio a scendere nel corpo di un bambino o di una donna e gli si pongono i quesiti sul futuro.

All’interno della categoria dei rituali yorigitō, possiamo individuare due sottoclassi; la prima racchiude tutti quei riti in cui un essere spirituale superiore, di solito un kami, è attirato nel corpo della medium in modo da poter portare messaggi attraverso la sua voce; la seconda invece racchiude tutti i riti in cui l’essere soprannaturale invocato non è un kami, bensì uno spirito inferiore, spesso maligno, come un morto inquieto o lo spirito volpe . In questo secondo caso, l’asceta esorcizza lo spirito dal corpo del paziente, lo obbliga a possedere la medium, a dichiarare la propria identità e il motivo della propria condotta; a questo punto di solito lo riduce all’obbedienza e gli ordina di andarsene.

Gli yorigitō possono anche avere una seconda classificazione; un primo tipo di rituali comprende tutti quelli collegati ad un matsuri 祭 , festa stagionale in un particolare villaggio, nei quali la discesa del kami nella comunità avviene in date prefissate; un secondo tipo invece comprende quei rituali in cui la discesa del dio può avvenire esclusivamente su una particolare montagna sacra.

Il primo tipo di rituali, collegati con i villaggi, prende il nome di takusen matsuri 託宣祭り; il loro numero ad oggi è veramente esiguo, e molti sono scomparsi durante l’era Meiji e il successivo periodo bellico. In alcuni casi si è perso l’aspetto oracolare legato alla medium, che anziché riferire messaggi, rimane muta nello stato di trance per tutta la durata del rito . In altri matsuri si è addirittura perso l’intero elemento della trance, come per esempio in alcuni culti praticati dagli yamabushi. Le zone che più a lungo hanno mantenuto questo tipo di rituale nelle sue forme pressoché originarie sono il Tōhoku (il nord-est) e il Chūgoku (la zona centrale). Per dare un’idea delle caratteristiche del rituale, vorrei riportare un esempio significativo tratto dall’opera della Blacker che, per quanto ormai un po’ datata, restituisce a mio parere un’idea suggestiva e interessante della realtà dei fatti. Si tratta del festival conosciuto come Hayama Matsuri.

Hayama è una divinità diffusa in tutto l’arcipelago, associata alle montagne sulla vetta delle quali si ritiene che innalzi la sua dimora invernale. Il matsuri in suo onore si tiene il decimo mese del calendario lunare, nel periodo tra la fine dell’estate e la raccolta dopo la mietitura; è una sorta di addio alla divinità fino alla primavera successiva, durante il quale gli si chiede un vaticinio su quanto il villaggio debba attendersi per l’anno nuovo, e lo si accompagna poi fino in cima alla montagna, nella sua residenza invernale.

Protagonista del matsuri è il noriwara, il medium attraverso il quale Hayama parla; notiamo subito che si tratta di un uomo, a differenza dell’abituale figura femminile cui siamo usi, e che diversamente dalle sciamane di professione, non deve seguire nessun allenamento particolare o percorso iniziatico. Gli è semplicemente richiesto di seguire una purificazione rituale per un periodo precedente il matsuri, e di evitare ogni forma di contaminazione. Il noriwara è condotto in trance, e viene quindi interrogato dal villaggio, nella forma di un asceta di solito affiliato allo Shugendō , aiutato da un gruppo di ragazzi – uno per ogni villaggio – chiamati komorinin 籠もり人 , che accolgono la divinità e assistono durante la comunicazione.

Il rito viene tenuto di notte , in un particolare luogo sacro delimitato, spesso in cima alla montagna dove andrà a ritirarsi il kami; nel cuore della notte una processione di lanterne sale lungo i fianchi della montagna e rimane in attesa mentre il dio risponde alle domande sulle fortune del villaggio. Le domande si susseguono in un certo ordine; le prime riguardano generalmente i risultati da aspettarsi per i raccolti dell’anno a venire, che ottengono risposte quasi monosillabiche in termini di bu, l’unità di misura per calcolare il raccolto . Vengono poi domande sulla generale amministrazione del villaggio e delle sue problematiche – incendi, malattie, furti. Infine, l’ultima serie di domande è incentrata sulla successiva raccolta di riso.

Tutte le domande sui frutti dell’agricoltura ottengono risposta dal dio Hayama, mentre spesso, per domande più specifiche come le malattie o le epidemie, interviene un dio più specializzato .

L’interrogazione della divinità prosegue fino all’alba, quando il medium ormai esausto viene assistito dal sacerdote per uscire dallo stato di trance, e tornare di nuovo al suo normale stato di coscienza; anche la comunità a questo punto, dopo un inchino, può rilassarsi e lentamente ritornare alla propria casa e alla propria attività quotidiana.

Il secondo tipo di yorigitō non vede modifiche nella procedura di base, poiché anche qui la divinità è chiamata a discendere nel corpo di un medium; tuttavia, diversamente da quanto analizzato fino ad ora, questo secondo genere di rituali sono degli eventi che si tengono durante un pellegrinaggio nelle montagne sulle quali il fedele si incammina per comunicare con la divinità . Il più famoso tra gli yorigitō tenuti nelle montagne è sicuramente quello dedicato al culto del Monte Ontake; qui la figura più importante è quella del medium, chiamato nakaza 中座, solitamente un uomo senza particolari capacità professionali nell’ambito sciamanico, che viene portato nello stato di trance dal maeza前座, colui che gli siede di fronte. È quest’ultimo che chiama il kami, gli chiede di scendere nel corpo del nakaza e gli pone infine le domande, per poi congedarlo una volta terminata l’interrogazione. Nei riti del Monte Ontake sono presenti anche altre quattro figure, denominate shiten 四天 , il cui dovere è quello di montare la guardia ai quattro punti cardinali durante il rituale e prevenire l’interferenza di influenze negative.

Questo particolare tipo di sciamanesimo, in cui la medium – e spesso anche il medium – viene ad assumere un ruolo passivo, di mera voce della divinità, non è l’unica forma sopravvissuta in Giappone.

Un tipo di sciamanesimo più affine all’immagine dell’antica miko è rintracciabile nel piccolo arcipelago delle isole Izu. Le donne che operano in questa zona sembrano essere delle sciamane naturali dello stesso tipo di quelle rintracciate nelle Ryūkyū e in Hokkaidō; soffrono di un disturbo neurologico che viene chiamato miko-ke, che culmina poi nell’acquisto di poteri soprannaturali. Da questo momento in poi, le sciamane sono accompagnate da uno spirito guardiano che le abilita a servire il villaggio attraverso la chiaroveggenza e la possessione.

By |2017-02-16T18:42:50+00:00June 10th, 2015|antropologiA, buddismo, Religione|0 Comments