L’evoluzione più particolare dell’antica figura della miko è data da un personaggio particolare, le cui caratteristiche sciamaniche non sono state colte subito: mi riferisco alle Kyōso, le Fondatrice carismatiche delle Nuove Religioni che hanno fatto la comparsa in tutto il paese nell’ultimo secolo e mezzo, e in particolare nel periodo postbellico . Questi personaggi particolari, tra cui la stragrande maggioranza è data dalle donne, mostrano nella loro storia personale e nella loro attività elementi e evoluzioni comuni, che significativamente le avvicina alle sciamane naturali. Praticamente tutte queste figure hanno sofferto nella loro vita di quei segnali tipici della nevrosi artica; malattie, comportamenti isterici e nevrotici, fin quando questi sintomi hanno raggiunto l’apice in una particolare esperienza mistica, come un sogno o una possessione. È proprio in questo momento che si crede che la divinità scelga la su adepta e la richieda al suo servizio; a questo punto la precedente stranezza e malessere della donna si trasformano in una incredibile forza e carisma personale, conferita dalla divinità, che le permette di raccogliere intorno a sé un gran numero di fedeli e dar così il via a una nuova setta.

Le itako sono esponenti di uno sciamanesimo particolare, le cui finalità e caratteristiche sono per certi versi differenti rispetto alle figure incontrate fino ad ora; data l’importanza che ricoprono in questo lavoro, dedicherò a queste sciamane il capitolo successivo. Esistono però altre figure, liminali e marginali, che come le itako vengono inserite nella categoria che abbiamo definito kuchiyosemiko 口寄せ巫女; si tratta delle arukimiko 歩き巫女, delle goze ご女, delle utabikuni 歌比丘尼, tutte figure femminile accomunate dalle stesse caratteristiche. Esse infatti sono solitamente povere e vagabonde, girano per i villaggi sopravvivendo grazie all’ospitalità della popolazione, e intrattengono il loro pubblico narrando e cantando accompagnate dallo shamisen; parallelamente, e più importante, si dedicano alla cura, alla comunicazione con i morti, alla divinazione. Sono figure che fondono in sé tratti della dottrina Buddhista semplificata all’estremo ed elementi della tradizione shintoista, lentamente ma inesorabilmente allontane al di fuori della gerarchia ufficiale, emarginate, dove possibile dimenticate.

Sono figure senza legami, che intrattengono rapporti momentanei con le comunità incontrate; fermarsi in un villaggio significa diventare fuori casta, essere respinte ai margini della struttura sociale. Creano così una loro propria comunità, e nei periodi invernali quando il pellegrinaggio è sospeso, risiedono nei loro villaggi.

 

Costituiscono una società nella società, un’organizzazione precaria di sole donne che ricalca gli schemi delle comunità “normali” dalle quali sono state escluse. Formano infatti delle vere e proprie famiglie, come le geishe 芸者, con a capo una madre, la oyakata親方. Le famiglie a loro volta sono unite in un’aggregazione religiosa più vasta, il nakama仲間, sempre con una donna al vertice, la gozegashira. Ogni famiglia ha la propria leggenda che narra le sue origini mitiche e la sua storia, ed esalta la grandezza e la forza divina della sua fondatrice.

 

Anche queste figure, come le itako, fungono da mediatrici tra mondi diversi, e come loro hanno particolari legami e analogie con l’immaginario della morte; la loro venuta nei villaggi ricorda quella dei marebito; come i defunti, vengono accolte, ascoltate, sfamate e poi spinte ad allontanarsi dal villaggio. A loro volta, anche loro sembrano rispecchiarsi in questo immaginario; in alcuni periodi dell’anno interrompono il loro abituale vagabondare per intraprendere un pellegrinaggio verso le montagne sacre, come l’Osoresan, che si trasforma mano a mano in un itinerario verso la dimora dei morti.

Queste varie figure femminili prendevano originariamente il nome di aruki-miko 歩き巫女, e hanno avuto ampia diffusione fino al periodo Meiji: il termine di miko vagabonde raccoglie in sé diversi tipi di donne specialiste delle cose sacre che spesso accostavano alla pratica religiosa attività di intrattenimento e di prostituzione. Un categoria particolare di queste donne è rappresentata dalle kugutsu クグツ, burattinaie, proprio perché univano le attività a sfondo sessuale con questa particolare forma di intrattenimento. Nella letteratura vengono di solito a rappresentare il simbolo di libertà, di esotismo e diversità, spesso divenendo figure estremamente affascinanti. Nella realtà dei fatti, tuttavia, la loro situazione doveva essere molto più complessa e difficile e la loro particolarità si traduceva spesso in una condanna alla discriminazione. È però interessante sottolineare l’utilizzo che queste donne facevano delle marionette, che veniva impiegate non solo negli spettacoli, ma anche nei rituali; richiamano così, come vedremo, alcune abitudini tipiche delle itako, che come le kugutsu, utilizzano una coppia di bambole in alcuni rituali sciamanici.

Un’altra interessante esponente di queste donne vagabonde è la shirabyōshi 白拍子, una intrattenitrice che ballava sulle proprie composizioni poetiche, abbigliata in abiti maschili. Una delle descrizioni più interessanti circa la loro origine è presente nell’Heike Monogatari:

 

Now, the first shirabyōshi dances in our country were performed during the reign of Emperor Toba by two women called Shima-no-senzai and Waka-no-mai. In the beginning the dancers dressed in men’s suikan overshirts and high caps and wore daggers with silver-decorated hilts and scabbards; their performances were thus called “male dancing”. In more recent times, they have worn only overshirt, dispensing with the cap and the dagger. The name shirabyōshi

[white rhythm] comes from the color of the overshirts.

 

Nella letteratura, le shirabyōshi diventano personaggi molto diffusi, e ripropongono tutte la stessa storia; la giovane donna di solito diventa shirabyōshi dopo aver subito diverse sventure, come la perdita di un genitore. Essendo troppo giovani per il monacato, hanno davanti come unica alternativa quella di iniziare questa attività; durante la loro vita nelle corti, si rendono presto conto della vacuità della vità, e questo suggerisce la loro successiva conversione alla vita monastica. Il legame con le figure sciamaniche risiede qui nel nome stesso che le identifica; il termine shirabyōshi infatti viene usato anche per indicare le danze sacre delle miko.

 

Vorrei a questo punto dedicare spazio al fenomeno dello Shugendō, data la sua estrema importanza e la diffusione di cui gode nuovamente negli ultimi anni, ma prima vorrei volgere la mia attenzione al percorso che le specialiste giapponesi del sacro (e i loro colleghi maschi) devono intraprendere per imparare a viaggiare tra i due mondi ed esercitare così la loro professione sciamanica.