Vediamo infine il terzo tipo di pratiche, la recitazione di parole magiche. Si può trattare del potere magico di alcuni incantesimi, la cui ripetizione può portare all’effetto desiderato; ma non solo, spesso, se recitate per un lungo periodo di tempo, il suono stesso di questi versi può creare potere nella persona che li recita. Solitamente si tende a classificare queste parole magiche in tre tipi. Abbiamo innanzitutto quelle parole che hanno potere in funzione del loro significato; il potere è dato proprio dal senso che esse portano.

Tra queste, la più significativa è il kanzeon bosatsu fumonbon観世音菩薩普門品, il passaggio del ventiquattresimo capitolo del Sutrā del Loto, in cui si dichiara che all’uomo è sufficiente pensare al Bodishattva Kannon per essere salvato da ogni pericolo e cattiva sorte. Questo breve passaggio è ciò che rimane di una popolare pratica ascetica legata al Sutrā del Loto, la Saddharma Puṇḍarīka, che ebbe grande importanza nel periodo medievale. Ne abbiamo testimonianza da diverse fonti letterarie, tra cui il Konjaku Monogatari今昔物語 , dove ci viene narrato di asceti chiamati jikyōsha 自供者, che attraverso il potere di questo testo sacro recitato e ricopiato per anni, potevano vedere nelle loro vite passate, invertire gli effetti negativi del karma, curare dalla possessione e controllare i demoni. Ad oggi, se si esclude la setta di Nichiren , il kanzeon bosatsu fumonbon è l’unico residuo di utilizzo del Sutrā del Loto nelle pratiche ascetiche.

La seconda categoria di parole di potere racchiude tutte quelle in cui il potere è dato dalla successione di sillabe, dove il senso e il significato sono da lungo tempo dimenticati; esempi di questo tipo sono i mantra del Buddhismo esoterico, e i dhāranī. Nel sanscrito, lingua da cui derivano, queste parole portavano un significato indiscusso, ma nel loro percorso fino in Giappone, tra l’ottavo e il nono secolo, il suono originario è stato distorto fino a diventare irriconoscibile, e incomprensibile. Sono i mantra di tutte le divinità buddhiste, dei deva, dei Bodhisattva e dei Buddha; ognuno di questi esseri porta espressa nel suono del mantra la propria natura ed essenza, e recitare il mantra all’interno di un percorso ascetico dona grande potere al praticante, che attraverso il suono si identifica con quella particolare divinità. Dainichi, il corrispettivo di Vairochana, è invocato con il mantra abira unken bazara datoba; Amida risponde al mantra on amiritateizei karaun; Fudō Myōō, la divinità buddhista del fuoco, viene richiamato con la formula Nama sammanda basaranan/ Senda makaroshana/ Sowataya untarata kamman.

Nella stessa categoria dei mantra, parole senza significato, possiamo far rientrare anche un altro testo usato ampiamente dagli asceti di diverse sette, vale a dire il Sutrā del Cuore, Hannya Shingyō般心経. Questo testo breve, e facilmente memorizzabile, porta in realtà un significato profondo, non accessibile a tutti; viene ritenuto indispensabile per gli asceti di quasi tutte le scuole, dal Buddhismo esoterico allo Zen, fino allo Shugendō. Si crede che tra tutti i sutrā e le formule magiche, questo possieda il più potente arigatami, virtù e potere.

Anche le dhāranī, come abbiamo precedentemente accennato, rientrano in questa categoria; come i mantra, sono una successione di sillabe originariamente in lingua sanscrita, il cui significato è da lungo caduto nell’oblio. L’introduzione delle dhāranī in Giappone risale all’ottavo secolo; in questo periodo compare la figura dell’ubasoku 姥即, il prototipo dell’asceta, che proprio dalla ripetione costante di particolari dhāranī traeva il proprio potere.

Arriviamo infine alla terza categoria di parole magiche; sono le hōgō 法号, i nomi delle divinità. La semplice ripetizione del nome è infatti considerata fonte di potere; ad esempio, in alcuni rituali, vengono ripetuti i nomi delle quattordici divinità della fortuna; in altri vengono invocate le divinità delle montagne sacre, o ancora il Bodhisattva Jizō o Fudō Myōō. La semplice recitazione dei loro nomi è considerata fonte di grande potere.

La tradizione della recitazione di formule magiche e parole che conferiscono potere è strettamente legata al Buddhismo; è infatti un’idea tradizionale di questa religione la credenza che il potere risieda nel suono stesso, al di là di chi lo pronuncia; se il suono è reso correttamente secondo le regole, allora esso porterà ai risultati desiderati. Le parole sono detentrici di potere, e della conoscenza originariamente rivelata dal Buddha agli uomini.

Nella tradizione giapponese, tuttavia, queste parole non sono più potenti a prescindere da chi le recita; al contrario, se vengono pronunciate da una persona inesperta, ordinaria per così dire, la loro efficacia sarà ridotta, se non nulla. Per poter dispiegare tutto il potere che portano con sé, è necessario che vengano recitate da una persona che pratica le austerità dell’acqua e le astensioni del cibo. Il testo sacro quindi non è davvero efficace se non è associato all’ascesi.

Nel percorso ascetico, oltre questi tre macro-elementi, esistono altre tecniche e discipline sussidiarie, ma non per questo irrilevanti. Ricordiamo innanzitutto le discipline di komori 籠もり, i ritiri, preferibilmente in grotte nelle montagne, oppure all’interno dei templi o dei santuari, in una stanza specificamente purificata per la situazione. Il potere derivante del ritiro in un luogo isolato e buio è connesso ad una particolare immagine del sacro, che abbiamo rintracciato nel primo capitolo, per cui questo viene a trovarsi nel chiuso, nel nascosto, nello spazio o nel tempo preclusi alla vista nell’oku. Solo in questo territorio può discendere il potere sacro, e manifestarsi così unicamente al praticante . Esiste un’altra interessante spiegazione, proposta da Origuci Shinobu ; secondo la sua teoria, il potere sacro tende a manifestarsi solitamente in un recipiente sigillato. All’interno del contenitore, nel buio, il potere cresce, come in una gestazione, fino a quando apre una falla nel coperchio e fuoriesce all’esterno. La qualità di contenere un potere soprannaturale è conosciuta come utsubo; in numerose leggende ritroviamo proprio questo schema: Momotarō che nasce da una pesca, Kaguyahime da un ramo di bambù, Sukunabikona compare da una zucca.

Tutti questi contenitori sono utsubo; solo passando attraverso di esso, il potere può crescere, svilupparsi e poi emergere in tutta la sua pienezza. Così come il personaggio soprannaturale delle leggende può nascere solo dopo un periodo di gestazione in questo particolare contenitore, così l’asceta deve sottoporsi a una simile fase di reclusione in un simile utsubo, che sarà una grotta, una caverna, un luogo il più possibile oscuro e chiuso. Solo in questo luogo, simile ad un grembo materno, l’asceta potrà raccogliere il proprio potere e riemergere poi avendo raggiunto una nuova forza.

La pratica del komori è ancora parte del percorso iniziatico di sciamane e asceti; in montagna, spesso in prossimità di cascate, si possono trovare i komoridō 籠もり堂, le capanne del ritiro, dove l’asceta può vivere nei periodi di pratica dell’austerità dell’acqua. In molti templi, soprattutto in quelli legati a pratiche ascetiche ed esoteriche, si può ancora trovare una stanza buia in cui uomini e donne possono praticare il ritiro. È anche possibile per l’asceta rinchiudersi nella propria abitazione, in una stanza separata della casa, con il proprio fuoco necessario per purificare la propria alimentazione, dalla quale esce solo per praticare le abluzioni.

Troviamo un’altra pratica molto importante per il percorso ascetico, e spesso strettamente associata al komori; si tratta dei pellegrinaggi, da un luogo sacro ad un altro, solitamente seguendo un cammino circolare ben delineato, scandito da tappe. Ad ogni stazione, il pellegrino si ferma per dedicarsi alla preghiera e alla recitazione dei sutrā più importanti e le più significative formule magiche .

In molti casi, i pellegrinaggi consistono in un percorso tra le più importanti montagne sacre; la scalata a un monte sacro, sostenendo un regime di purità ascetica attraverso abluzioni e interdizioni alimentari, è considerata un metodo decisamente efficace per ottenere i poteri superiori, e ne manifesta inoltre l’acquisizione.

Una considerazione finale va ancora fatta in merito alle tecniche di ascesi giapponesi; si noti infatti la mancanza di un elemento altrove estremamente importante nelle pratiche di questo tipo, vale a dire le tecniche di respirazione. Il controllo del respiro è infatti fondamentale nelle pratiche spirituali Indiane, e soprattutto in quelle taoiste; qui in particolare, il controllo del respiro è parte fondante del percorso che conduce il praticante a ottenere il corpo trascendente dell’Immortale.

In Giappone questo tipo di attività è quasi totalmente assente, e trova difficile spiegazione: il Taoismo, come abbiamo visto, pur senza prendere una forma pienamente autonoma, è arrivato in Giappone, influenzando in modo non secondario diversi aspetti del sentire religioso nipponico. Anche nelle pratiche ascetiche possiamo individuare elementi di ascendenza taoista, in particolare nell’astensione dai cinque cereali; per quanto in qualche testo antico si facciano veloci riferimenti alla pratica taoista dello yang-sheng , tuttavia, questo aspetto non ha mai messo profonde radici nelle tradizioni ascetiche giapponesi, e la sua dimenticanza, o la sua esclusione, dal cammino iniziatico sono elemento di difficile decifrazione.